“Sì, lo so che ora non c’è più niente da fare,” dice, “ma se solo potessi tornare indietro di qualche anno, in questa miserabile vita che, come affermi sempre, non esiste nemmeno. Se solo potessi riavere tutte le possibilità che la vita mi ha offerto e che ho buttato via. Se solo potessi agire diversamente…”

Il vecchio prende la clessidra dal tavolo, la scuote, la capovolge e osserva la sabbia che scorre.

“Tutto può essere riportato indietro,” dice. “Tutto. Ma neanche questo ti potrà aiutare.”

Osokin senza ascoltare, totalmente immerso nei suoi pensieri, continua: “Se solo avessi saputo cosa sarebbe successo. Ma credevo ciecamente in me, nelle mie capacità. Ho voluto seguire la mia strada. Non ho avuto paura di niente. Ho gettato via tutto ciò che la gente considera prezioso senza mai voltarmi indietro. Ma adesso darei metà della mia vita in cambio pur di tornare indietro e vivere come tutti gli altri.” Si alza e cammina su e giù per la stanza.

Il vecchio rimane seduto e lo osserva, sorridendo scrolla il capo. Il suo sguardo è ironico e divertito, non cinico, ma colmo di comprensione, compassione e dispiacere, come se volesse far qualcosa ma non potesse.

“Ho sempre riso di tutto,” continua Osokin, “e mi è anche piaciuto distruggere la mia vita. Mi sono sempre sentito più forte di tutti gli altri. Niente avrebbe potuto piegarmi, niente avrebbe potuto far di me un perdente. Io non sono un perdente. Ma non riesco più a combattere. Come se mi fossi infilato in una specie di palude. Non posso fare neanche un passo. Mi capisci? Non posso far altro che star fermo e guardare mentre sprofondo.”

Il vecchio siede e lo guarda. “E com’è potuto accadere?” dice.

“Come? Mi conosci abbastanza bene da saperlo perfettamente. Mi sono perso quando sono stato espulso dalla scuola. Questo è bastato a cambiare il corso di tutta la mia vita. Da quel momento ho perso il contatto con ogni cosa. I miei compagni di scuola per esempio: alcuni sono ancora all’Università; altri si sono laureati; ma tutti hanno i piedi ben piantati per terra. Io ho vissuto dieci volte più di loro, so di più, ho visto e letto cento volte più di quanto abbiano fatto loro, e nonostante tutto io sono un uomo che la gente tratta con sufficienza.”

“Tutto qui?” Chiede il vecchio.

“Sì, è tutto, anzi non proprio tutto. Ho avuto altre occasioni, ma una dopo l’altra mi sono sfuggite. La prima fu la più importante. Che cosa terribile è quando, praticamente senza poter intendere e volere, ancora troppo giovani per poter renderci conto dei reali effetti delle nostre azioni, condizioniamo tutta la nostra vita e il nostro futuro. Quello che feci a scuola fu solo uno scherzo, ero annoiato. Se avessi saputo cosa sarebbe successo dopo, credi che l’avrei fatto?”

Il vecchio annuisce. “Sì, l’avresti fatto,” risponde. “Mai!” Il vecchio ride. Osokin continua a passeggiare su e giù per la sala, poi si ferma e riprende a parlare. “E poi, dopo, perché ho litigato con mio zio? Il vecchio era ben disposto verso di me, ma nonostante questo l’ho provocato quasi apposta, scomparendo per intere giornate nel bosco con quella ragazza, la sua governante. È pur vero che Tanechka era straordinariamente dolce, io avevo solo sedici anni, e i nostri baci erano così belli. Ma il vecchio si offese a morte quando ci sorprese a baciarci nella sala da pranzo. Che cosa sciocca è stata! Se avessi saputo cos’avrebbe provocato, non credi che mi sarei fermato?”

Il mago ride nuovamente. “Tu lo sapevi,” dice.

Osokin resta in piedi e sorride, come se qualcosa di dimenticato gli stesse tornando alla mente.

“Forse lo sapevo,” dice. “Solo che in quel momento era tutto così eccitante. Ma certamente non avrei dovuto farlo. Se avessi saputo con certezza cosa sarebbe accaduto, mi sarei sicuramente tenuto alla larga da Tanechka.”

“Tu lo sapevi molto bene,” replica il vecchio. “Pensaci bene e vedrai.”

“Ma no che non lo sapevo,” dice Osokin. “Il nostro più grande problema è che non sappiamo mai cosa potrà accadere. Se sapessimo con assoluta certezza il risultato delle nostre azioni, credi che faremmo comunque tutto quello che facciamo?”

“Si sa sempre,” risponde il vecchio guardando Osokin. “Un uomo può non sapere quale possa essere il risultato delle azioni di qualcun altro, o la risultante di una causa sconosciuta, ma sarà sempre in grado di conoscere tutte le possibili conseguenze delle proprie azioni.”

Osokin si perde nei suoi pensieri e un’ombra gli attraversa il volto.

“Può essere successo,” dice, “che a volte io abbia previsto gli eventi. Ma non si può assumere come una regola… D’altro canto, io ho sempre affrontato la vita a modo mio, non come tutti gli altri.”

Il mago sorride. “Non ho ancora incontrato un uomo,” dice “che non fosse convinto di affrontare la vita in modo diverso dagli altri.” “Ma persino io,” continua Osokin senza prestargli ascolto, “se avessi saputo con certezza ciò che sarebbe successo, perché avrei comunque fatto ciò che ho fatto? Come alla scuola militare, per esempio. Certamente per me era una condizione difficile, vista la mia avversione per la disciplina, ma dopo tutto, è stato assurdo. Avrei potuto sopportare. In fin dei conti stava andando tutto abbastanza liscio e mancava poco. Poi improvvisamente, quasi a farlo apposta, iniziai a fare tardi al ritorno dalle licenze. Una domenica dopo l’altra, e mi dissero che sarei stato espulso, se avessi fatto tardi ancora una volta. Allora per un paio di settimane rientrai in orario, ma poi, quella sera a casa di Leontieff, la ragazza dal vestito nero, non rientrai proprio. A che serve poi ripensarci? Sta di fatto che mi espulsero. Ma io non sapevo in anticipo che sarebbe finita così!”

“Lo sapevi,” ripete il mago.

Osokin ride. “Va bene, poniamo il caso che in quell’occasione lo sapessi, ma ero terribilmente annoiato da tutte quelle sciocchezze, e dopotutto uno spera sempre il meglio. Vorrei che tu capissi che quando dico sapere, non intendo supporre. Voglio dire che se noi sapessimo con assoluta certezza ciò che accadrà, allora ci comporteremmo diversamente.”

“Mio caro amico, non ti rendi conto di cosa stai dicendo. Se tu sapessi qualcosa con assoluta certezza, significherebbe che quella cosa è inevitabile. Quindi nessuna tua azione potrebbe mutare nulla. A volte si può essere certi di cose del tipo: se tocchi il fuoco ti bruci. Ma non è di questo che sto parlando. Ti sto dicendo che si è sempre al corrente delle conseguenze di questa o quell’altra azione; ma stranamente si pretende di fare un’azione e ottenere il risultato che si potrebbe avere solo facendone un’altra.”

“Non conosciamo sempre tutte le conseguenze,” dice Osokin.

“Sempre.”